In casa io sono la rimbambita, la babbiona che si fa sempre fregare e quella che abbocca alle esche più banali, un po’ come la carpa con la mosca artificiale.
In compenso quel drittone dell’Uomo, che in materia finanziaria la sa più lunga del cardinale Marcinkus, qualche settimana fa si è fatto rifilare 50 euro falsi.
Io mi ci sono gettata a carpa: “dammeli, ci penso io!”
Mentre rimiravo il mio bottino (poco più di una fotocopia malfatta, che nemmeno un cieco ritardato ci sarebbe cascato) ho pensato però che in questo mondo marcio ci vuole un po’ di etica, e quindi ho deciso che avrei risparmiato dal tentativo di spaccio:
1) I negozianti simpatici (perché vanno protetti, essendo rari come le tigri della Malesia)
3) Mia nonna (perché truffare un anziano è troppo facile)
4) Le forze dell’ordine in generale (per ovvi motivi)
Quindi ho iniziato la discesa nel pozzo nero del crimine.
Primo tentativo: panettiera Angela sotto casa, cicciona, acneica e sempre con la cicca in bocca a sbiascicare. Quando paghi, è sempre lì a leggere su OGGI del legame tra Padre Pio e qualche importante esponente della cultura italiana, (tipo Lino Banfi o Pamela Prati) e non alza manco la testa per salutare.
Stavolta però la testa la alza, per sentenziare: “Questi 50 euro sono falsi”
“Come falsi, li ho appena ritirati al bancomat!” Fingo un malore e mi appoggio allo sfilatino come fosse una stampella.
“Sono falsi, vedi, il numero non cambia colore, non c’è la filigrana e al posto dell’Europa vista dall’alto c’è Topolinia.
“Urca è vero, ma allora devo correre in banca a piantare un casino!”
Secondo tentativo: l’uomo che spaccia i gelati abusivamente col suo carretto ai giardinetti e te li fa pagare il doppio del bar. E’ vecchissimo e rincoglionito, e volendo potrebbe rientrare nel punto due, ma, dato che per mestiere truffa le mamme e non paga nemmeno le tasse, se lo merita.
Stavolta però non ho voglia di far figure e quindi decido di reclutare dei complici.
Mi avvicino a due dodicenni in bicicletta e gli dico: “Questi sono 50 euro falsi. Se riuscite a rifilarli a quello dei gelati vi regalo dieci euro a testa”.
E dire che ho fatto la scuola Montessori e ho una nonna laureata in pedagogia.
Una mamma seduta accanto mi guarda inorridita e si alza a telefonare (probabilmente alla polizia), mentre i due complici tornano con le orecchie basse. “Ci ha beccato.”
Terzo tentativo: Bottega Veneta, via Montenapoleone.
Mi presento a pagare una borsa con banconote assortite. La commessa tira fuori un pistolone ultravioletto. Passa persino i 5 euro, sotto la lampada, la micragnosa, manco fosse sua la Bottega. Ovviamente mi sgama.
Alla fine rinuncio, e li lascio lì ad avvizzire nel portafoglio.
Poi, dopo due mesi, porto la macchina ad aggiustare. Lo Stronzo mi fa pagare 800 euro spergiurando che mi manderà la fattura a casa (dice di averle finite), e mi restituisce la macchina più rotta di prima. Purtroppo me ne accorgo solo qualche tempo dopo, quando è troppo tardi. Proteste e minacce non valgono a nulla, non ho prove (non avendo mai ricevuto uno straccio di fattura), e devo andare in un’altra officina dove pago l’equivalente di 3 mesi di affitto per riparare il danno fatto.
Mentre la macchina è ad aggiustare, possiamo usare quella del fratello dell’Uomo, che è ferma in garage da mesi e deve solo fare la revisione.
A malincuore la porto dallo Stronzo, che deve essere pure mafioso, perché sembra avere l’unica officina autorizzata alle revisioni in tutta Milano.
E, al momento di pagare, li vedo. I miei 50 euro falsi. Li piazzo in bella vista sul bancone.
E lui li prende, lo Stronzo.
E lì capisco che nulla accade per caso, e che anche da 50 euro falsi può venire qualcosa di buono.
Giù le mani da Totti
16 anni fa
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